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Gli ungheresi sono davvero scontrosi? La risposta di un americano dalle strade di Budapest

Lo stereotipo dice che gli ungheresi sono freddi, persino infelici. Dopo anni passati a salutare sconosciuti in tutta Budapest, un americano ha trovato una risposta piu umana dietro ogni volto.

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Budapest, Ungheria

Note

Passa abbastanza tempo in Ungheria e lo sentirai dire, a volte dai visitatori e a volte dagli ungheresi stessi: la gente qui non e molto cordiale, ha sempre un’aria seria, non si piace nemmeno tra di loro. E uno dei pochi stereotipi nazionali che un paese sembra quasi felice di ripetere su se stesso.

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C’e tutto un vocabolario per questo. Gli ungheresi hanno un vecchio detto, sirva vigad a magyar, che significa piu o meno che l’ungherese fa festa tra le lacrime. Linguisti e psicologi hanno un nome moderno piu gentile per la stessa abitudine, l’ungaro-pessimismo, il riflesso culturale del lamentarsi come forma di legame sociale. I numeri non lo smentiscono del tutto. Nel World Happiness Report del 2025 l’Ungheria si colloca intorno al 56esimo posto, sotto la maggior parte dei suoi vicini. Quindi il riserbo che un nuovo arrivato nota non e immaginario. Ha radici che risalgono a generazioni fa.

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Per strada quel riserbo e facile da trovare. Incrocio un signore anziano o una signora anziana, offro un buongiorno o un jo napot, il saluto formale diurno, e a volte non ottengo nulla in cambio. Nessun cenno, nessun ciao, nemmeno un guizzo di riconoscimento. Se vieni da un posto dove salutare gli sconosciuti e una cosa normale, lo senti.

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Sono un americano, e per giunta nero, che saluta persone che hanno passato gran parte della loro vita in uno degli angoli piu omogenei d’Europa. Sarebbe facile leggere un silenzio come qualcosa che riguarda me, raccogliere quelle mancate risposte in una storia sul non appartenere. Ho deciso di non farlo. In parte perche non saluto la gente per ottenere qualcosa in cambio. Dico buongiorno perche e cosi che sono fatto, non perche tengo il conto. E in parte perche la storia che mi racconterei non e quasi mai quella vera.

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Un piccolo momento me lo ha insegnato. Una mattina in uno Starbucks sul lato di Pest ho ordinato da un ragazzo giovane dietro il bancone. Buongiorno, ho detto. Me lo ha ricambiato. Poi gli ho chiesto come stava, e ha esitato, giusto il tempo perche me ne accorgessi, prima di dire che stava bene, che stava abbastanza bene. Gli ho detto che ne ero contento e sono andato a sedermi. Qualche minuto dopo mi ha portato la bevanda e ha detto una cosa che mi e rimasta dentro. Nessuno mi chiede mai come sto. Poi ha sorriso e ha aggiunto che dalla mia energia capiva che lo intendevo davvero.

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Pensa a quanto sia piccola la cosa. Come stai. Una domanda cosi ordinaria che di solito e solo rumore di fondo. E lo aveva colto di sorpresa perche quasi nessuno rallenta abbastanza da intenderla sul serio. Forse e una cosa ungherese. Forse e semplicemente una cosa dell’essere vivi. Quello che so e che non aveva nulla a che fare con gli stereotipi e tutto a che fare con una persona che ne vede davvero un’altra. Non sai mai da cosa qualcuno e uscito stamattina. Non sai cosa lo aspetta al lavoro, o a casa, o nella sua stessa testa. Se conoscessi tutta la storia, lo stesso volto senza sorriso potrebbe sembrare completamente diverso.

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E c’e tutto un altro lato che lo stereotipo non menziona mai. C’e una donna che incrocio quasi ogni giorno che ha sempre un grande sorriso e un saluto. C’e un uomo che sorveglia un cancello vicino a uno dei miei percorsi abituali, e ci salutiamo con la mano, e a volte ci fermiamo e ci stringiamo la mano, anche se non condividiamo una lingua. C’e un piccolo negozio dove compro le uova e qualche genere alimentare, e il proprietario ha preso l’abitudine di insegnarmi parole ungheresi, per poi interrogarmi la volta successiva che entro mentre sua moglie ride sullo sfondo. Niente di tutto questo rientra nel copione sugli ungheresi freddi e scontrosi. Solo che non finisce mai nei momenti salienti.

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Questa e la parte su cui continuo a tornare. Ogni volta che penso di aver capito un posto, trovo tutta una storia dietro il volto. La gente ha giornate storte qui, come ovunque. La gente ha un cuore buono qui, come ovunque. Faticano e sorridono a Budapest esattamente come fanno a Los Angeles o in qualsiasi altro posto. Non e una cosa ungherese, e non e una cosa americana. E una cosa umana.

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Quindi quando la gente mi chiede se gli ungheresi siano scontrosi, la mia risposta e semplice. Alcuni lo sono. Altri no. Proprio come ovunque. E non sai mai a chi stai per cambiare la giornata.

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Father holding a child in a public park on the Pest side of Budapest
Un padre e un bambino sul lato di Pest a Budapest, il calore quotidiano che uno stereotipo tende a non vedere. Foto: Adam Jones, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons
Exterior of Ara Cafe on Balzac street in Budapest
Un caffe di quartiere a Pest. A volte una domanda che intendi davvero arriva piu forte del caffe. Foto: Globetrotter19, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

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